Ultima modifica: 4 novembre 2009
Home > Materiali > Interviste > Paolo Castagna

Paolo Castagna

Estratti dalla chiacchierata

La cultura della collaborazione e lo spirito collaborativo sono l’anima delle comunità. Le tecnologie possono fungere da catalizzatori, ma sono, a mio parere, secondarie rispetto alla capacità di collaborare.

Creatività. Gioco. Divertimento. Queste sono le tre cose che i bambini sanno fare meglio ed in cui i bambini superano gli adulti. Cosa possono fare i docenti praticamente? Tornare bambini, essere creativi, inventare giochi divertenti e didattici.

Apprendere significa associare qualcosa di nuovo a qualcosa che già conosciamo e capire le relazioni che il nuovo ha con il noto, con ciò che fa parte della nostra memoria. Il linguaggio, sia esso linguaggio naturale o qualche linguaggio più formale come la matematica o RDF (Resource Description Framework) , è il veicolo per trasmettere, condividere ed aggregare associazioni mnemoniche ed esperienze.

Breve presentazione

Paolo Castagna

Paolo Castagna

Paolo Castagna anni fa ha introdotto molti docenti di Porte Aperte sul Web alle tematiche del web di domani, aperto e collaborativo. Oggi lavora agli HP Labs di Bristol, UK.

Prima di andare a Bristol ci ha lasciato in eredità il prezioso wiki che ospita materiale di libera produzione e diffusione sulla costruzione di siti scolastici di qualità. Pe noi ha scritto anche l’articolo “…e se domani“, da cui, oggi, prendiamo spunto per riprendere il discorso.

La chiacchierata completa

1. Oltre due anni fa, partecipando a un convegno di Porte Aperte sul Web, prefiguravi un domani tecnologicamente incentrato sulla collaborazione.

Come pensi che possa cambiare già oggi il nostro modo di fare scuola?

Penso al “sussidiario” (si chiama ancora così?) ed a come studiavo geografia quando ero a scuola. Non mi è mai piaciuta geografia. Ora passo ore a girare per il mondo con Google Earth. Era la geografia che non mi piaceva o il modo in cui veniva insegnata? Penso a come facevo le “ricerche”, consultando l’enciclopedia. I miei figli rideranno di questo, ne sono sicuro, e faticheranno a credermi. Penso ancora al sussidiario e a come studiavo storia, una sola delle tante storie che puoi studiare. La storia era separata dalla geografia, separata dalla matematica, separata dalla scienza. Nello stesso sussidiario, ma separate.

Oggi posso visualizzare inventori ed invenzioni di tutto il mondo su di una mappa che cambia con il tempo e scoprire interessanti correlazioni tra spazio e tempo, tra geografia e storia, tra economia e progresso, tra creatività e cultura. Spesso a scuola ci si sofferma al “chi?”, “cosa?”, “dove?”, “quando?”. Domande facili da rispondere, magari usando Google. Ma chi ci aiuta a rispondere ai “come?” ed ai “perché?”.

Penso che, piano piano, si stia passando dall’idea di “knowledge is power” all’idea di “knowledge sharing is power“. Gli insegnanti più collaborativi e disponibili alla collaborazione saranno coloro che svilupperanno progetti più creativi ed interessanti, in maniera più efficiente, nonostante le poche risorse disponibili. Penso che le comunità più collaborative saranno quelle che si espanderanno maggiormente nel territorio di Internet.

Credo che l’inclinazione alla collaborazione sia una qualità molto importante che implica mettere da parte se stessi, comprendere i bisogni degli altri, adattarsi, essere capaci di seguire delle regole, mettere a disposizione degli altri le proprie capacità, mirare ad un obiettivo comune.

Agli insegnanti suggerisco di collaborare se la collaborazione significa fare qualcosa che da soli non sarebbe stato possibile fare, fare qualcosa meglio di quello che avremmo potuto fare da soli o fare qualcosa più velocemente o più grande di quanto avremmo potuto fare da soli.

Suggerisco di collaborare tra insegnanti, tra insegnanti e alunni, tra alunni, tra insegnati e genitori.

Internet, il Web, Linux, Open Source, Apache Software Foundation, Wikipedia sono tutti progetti in cui le persone sono capaci di collaborare e coordinarsi con un ordine di grandezza superiore rispetto a quello che capita in altri contesti. Sono comunità che si sono sviluppate dal basso, dalla gente e, piano piano, hanno costruito una struttura organizzativa attorno a se stesse, dall’interno, per funzionare meglio. Non il contrario: struttura organizzativa e poi comunità.

La collaborazione è il segreto del loro successo. La cultura della collaborazione e lo spirito collaborativo sono l’anima delle comunità. Le tecnologie possono fungere da catalizzatori, ma sono, a mio parere, secondarie rispetto alla capacità di collaborare.

2. Oggi tra episodi di bullismo e facilità di accesso alla rete, sembra crescere l’allarme di fronte ad un uso non consapevole di internet. Quali consigli ti senti di dare a noi docenti?

Il fenomeno del bullismo nelle scuole penso ci sia sempre stato. Come la tecnologia, certi problemi nascono negli Stati Uniti, arrivano in Europa entrando dall’Inghilterra e dopo qualche tempo, sempre meno in certi casi, arrivano anche in Italia. Alle volte mi chiedo se siano i media ad esasperare e catalizzare le migrazioni di certi problemi da un’area geografica ad un’altra. Da una cultura ad un’altra.

Dovremmo essere noi italiani ad esportare l’educazione, le buone maniere, l’educazione alimentare, il gusto per il bello. Ma queste cose non fanno notizia. Ora qui in Inghilterra c’è un dibattito sull’educazione sessuale, se sia giusto o meno insegnarla nelle scuole ed a che età. Non so come sia la situazione in Italia, ma potrebbe essere questo il prossimo problema.

Sono sospettoso e critico di fronte agli allarmismi. Internet rispecchia la società, alle volte accentuando certi problemi. La soluzione non penso sia isolare i propri figli, ma insegnarli a vivere nel mondo, con tutti i problemi che questo comporta.

Ai docenti consiglio, a proprio rischio e pericolo, di coltivare il senso critico e la capacità di giudizio dei propri alunni. Alle scuole di selezionare ISP (Internet Service Provider) attenti ai minori. Ai genitori di non considerare la TV o Internet una baby sitter.

3. Immagina di essere stato invitato ad un incontro di docenti di scuola primaria (ex scuola elementare) e che ti venga chiesto di individuare tre priorità per promuovere l’uso delle nuove tecnologie a scuola. Cosa dici?

Creatività. Gioco. Divertimento. Queste sono le tre cose che i bambini sanno fare meglio ed in cui i bambini superano gli adulti. Cosa possono fare i docenti praticamente? Tornare bambini, essere creativi, inventare giochi divertenti e didattici.

C’è un professore, Tim Bell, all’Università di Canterbury in Nuova Zelanda che insegna ai bambini cos’è l’informatica, giocando e senza utilizzare i computer. Il suo progetto didattico si chiama “Computer Science Unplugged“.

Non è tanto l’uso delle nuove tecnologie che andrebbe promosso, ma la comprensione delle nuove tecnologie. Comprendere più che usare è ciò di cui c’è più bisogno. Una volta che un bambino comprende qualcosa, è lui ad insegnarci usi creativi e nuovi giochi.

I laboratori di ricerca, in fondo, sono pieni di bambini che continuano a giocare, per tutta la vita, divertendosi con strumenti sempre più potenti: computer, matematica, fisica, biologia, chimica, …

Non so se tra gli obiettivi didattici della scuola primaria ci siano creatività e divertimento.

4. “Dalla memoria privata andiamo verso una memoria collettiva, molto raffinata e molto particolareggiata”, dice Derrick de Kerckhove. Che legami intravedi tra memoria collettiva ed apprendimento significativo?

E’ una domanda interessante. Soprattutto per me che non ho una memoria troppo in forma e che fatico a ricordare date, nomi, numeri di telefono, persone coinvolte in un progetto o dove ho letto qualcosa. La tua domanda ha comunque fatto riemergere dalla mia memoria un paio di associazioni interessanti.

La prima è che comprendere qualcosa non significa ricordare qualcosa. La scuola o l’Università dovrebbe incentivare la comprensione non la mnemonica. Alle scuole elementari non ho imparato le tabelline a memoria come i miei compagni ed ancora oggi ho un approccio generativo, non mnemonico, nei confronti delle tabelline. Forse perché il mio cervello ha compreso prima il gioco della moltiplicazione e poi è entrata in azione la pigrizia. All’Università ricordo tre o quattro esami durante i quali era possibile utilizzare i libri od i propri appunti durante l’esame. Sono gli esami che ho preparato più volentieri, con meno stress e più rilassatezza. Sono quelli che ricordo meglio. All’esame di stato l’aula era piena di Ingegneri con valigie piene di libri. Sul lavoro è tutto diverso. I libri sono quasi tutti in rete, è facile fare ricerche, non c’è lo stress di ricordare a memoria ma la necessità di comprendere a fondo le cose.

La seconda considerazione è che non siamo più ai tempi di Leonardo Da Vinci in cui era ancora possibile per una sola persona comprendere e conoscere la quasi totalità della scienza e della tecnologia. La conoscenza disponibile e la quantità di informazione crescono ad una velocità di gran lunga superiore alla capacità del nostro cervello di memorizzare e comprendere. Questo è fonte di stress e problemi per molti ricercatori. Occorre specializzarsi, ma così facendo si perde la visione del tutto, il contesto e si è ciechi nei confronti di possibili sinergie o costanti presenti in diversi campi della scienza. Nonostante il progresso tecnologico non vedo qualcosa che abbia risolto questo problema o potenziato significativamente le nostre capacità intellettive. Mettere i cervelli in rete tra loro è quello per ora si sta facendo per tentare di risolvere il problema. Tuttavia vi sono dei limiti fisici e psicologici anche a questo. Con quanti colleghi un ricercatore può essere in contatto e collaborare? Come trovare quelli “giusti”?

L’uomo ha questa caratteristica che nessun altro animale ha: può trasmettere le proprie memorie e le proprie conoscenze agli altri, attraverso il linguaggio.

Possiamo imparare qualcosa di nuovo per esperienza diretta o attraverso l’esperienza di altri che ci viene trasmessa con il linguaggio. Apprendere significa associare qualcosa di nuovo a qualcosa che già conosciamo e capire le relazioni che il nuovo ha con il noto, con ciò che fa parte della nostra memoria. Il linguaggio, sia esso linguaggio naturale o qualche linguaggio più formale come la matematica o RDF (Resource Description Framework) , è il veicolo per trasmettere, condividere ed aggregare associazioni mnemoniche ed esperienze.

Il poter iniziare a fare qualcosa poggiando sulle spalle dei giganti è di un qualche conforto. Il problema è che i giganti stanno diventando sempre più piccoli e sempre più numerosi. I giganti si uniscono a formare immense piramidi umane. Vere e proprie montagne di cui spesso è difficile vedere la vetta e che occorre una vita per poterle scalare.




Link vai su